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Comunicato stampa – La Collezione dei Tessili del MANN per la prima volta in mostra nel 2019

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La Collezione dei Tessili del MANN per la prima volta in mostra nel 2019

Al Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze i risultati di indagini inedite

Il rocchetto di seta selvatica, il “fiocco” con aghi di pino, i fili d’oro,

il panno d’amianto: 150 reperti raccontano

 

Firenze 16 maggio – In preparazione della prima grande mostra dedicata all’eccezionale collezione dei tessili di età romana prevista per l’estate del 2019, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli presenta al Salone biennale dell’Arte e del Restauro di Firenze i risultati di indagini inedite avviate su 150 reperti,parecchi anche in fili d’oro, provenienti prevalentemente da Pompei e dall’area sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C.

Il MANN ha affidato all’Opificio delle Pietre Dure il restauro della Collezione dei Tessili, e avviato una Convenzione con il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università Vanvitelli per lo studio di un concept di allestimento che nel 2019 metterà per la prima volta in mostra la preziosa collezione e l’affascinante storia della cultura tessile antica che essa custodisce – spiega il direttore del MANN Paolo Giulierini che ha illustrato al Salone fiorentino con la responsabile dell’ufficio restauro Luigia Melillo il percorso intrapreso per tutelare e valorizzare uno dei lasciti più interessanti e sino ad ora meno esplorati della cultura romana. “La mostra è sorretta da un progetto di ricerca scientifica che grazie alla tecnologia indaga sulla composizione delle fibre e i processi di lavorazione, anche al fine di individuare le più adeguate tecniche di conservazione” spiega Giulierini.

Tra i materiali di maggiore rilevanza della Collezione, oltre ai tessili in fili d’oro, ci sono un rocchetto di legno con filo di setaun panno tessuto in amianto proveniente dalla necropoli di IV sec. a.C. di Vasto; fili di asbesto pronti per la tessitura; il “fiocco”, un insolito oggetto la cui funzione è ancora ignota, un tessuto di seta lavorato a maglia che a un recentissima datazione al radiocarbonio risulta databile tra il XV e il XVI secolo. Le indagini, ancora inedite, condotte mediante microscopia elettronica con spettroscopia a raggi X e microscopia a forza atomica allo scopo di analizzare la natura e la morfologia dei resti campionati, hanno permesso di documentare, tra l’altro, che la seta del rocchetto è seta selvatica prodotta dal lepidottero bombilis e che gli spessi filamenti che costituiscono il “fiocco” sono aghi di pino.

A breve i tessili saranno trasferiti a Firenze dove saranno effettuati gli interventi di restauro. Al momento due oggetti della Collezione, il c.d. borsellino e un nastro tessuto in fili d’oro, sono già stati trasferiti presso l’Opificio per indagini e interventi di restauro.

‘Il Salone di Firenze è l’occasione per presentare per la prima volta nella sua complessità la collezione dei tessili, finora quasi sconosciuta – spiega Luigia Melillo, archeologa responsabile dell’Ufficio di restauro del MANN –  Sono grata al direttore Giulierini perchè ha  voluto per la prima volta valorizzala  e particolarmente soddisfatta della collaborazione in atto con l’Opificio delle Pietre Dure per il restauro dei frammenti. Inoltre con il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università Vanvitelli abbiano sottoscritto un Protocollo d’Intesa e una convenzione e stiamo lavorando anche con gli studenti sia per lavori di tesi sia per la creazione di un data base di informazioni su tessuti personali e d’arredo tratti dall’esame dei nostri affreschi”.

 

LA STORIA – Di fatto, lo studio dei tessili del MANN è solo agli inizi. Sicuramente non dovette essere semplice per gli antichi scavatori riconoscere i materiali organici, tra i quali i resti tessili, dal momento che nessuno prima aveva avuto modo di scavarli. Appare, pertanto, ancora più apprezzabile la solerzia con la quale furono recuperati i naturalia quali pezzi di pane, frutta, coloranti, cereali, semi, resti tessili, intrecci di paglia  che confluirono nel Gabinetto degli Oggetti Preziosi, già presente nell’Herculanense Museum  ubicato nella Reggia di Portici, la prima sede delle raccolte pompeiane, collezione di “curiosità” unica al mondo,  raccolta eccezionale che solo i Re di Napoli potevano vantare. Il Gabinetto nell’estate del 1817 risultava comunque già visitabile a Napoli nel Palazzo dei Vecchi Studi che dal 1816 aveva assunto il nome di Real Museo Borbonico. Attualmente, i tessuti in fili d’oro sono conservati presso il Medagliere in camere climatizzate così come i restanti tessili.

I MATERIALI – La tipologia dei materiali schedati comprende, Lino, Lana, seta, Canapa, Amianto (filo), Corda, Fondo di paglia, Sparto, Bambagia.   Fanno parte della Collezione anche due eccezionali e rari resti di amianto. Si tratta di una tela più volte ripiegata che conserva ancora la flessibilità e di fili di asbesto pronti per essere filati (da una tomba rinvenuta nel 1835 a Vasto in Abruzzo). L’utilizzo di tessuti in amianto è attestato fin dall’antichità. “Amiantus alumini similis nihil igni deperdit; hic veneficiis resistit omnibus” (“l’amianto, simile all’allume, non si consuma a causa del fuoco ed è in grado di resistere a tutte le stregonerie, comprese quelle dei maghi”), così riferisce Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (36, 139). L’erudito lo definisce “lino vivo” che non brucia, sostanza rara e preziosa utilizzata nella confezione dei manti funebri dei Re perché ne preservava le ceneri. Plinio parla anche della proprietà di isolante acustico dell’amianto e ricorda “abbiamo visto tovaglioli fatti con quel tessuto ardere nei bracieri dei banchetti per venire poi fuori, bruciata ogni traccia di sporco, resi dal fuoco più candidi di quanto avrebbe potuto fare l’acqua. … Questo materiale, quando lo si trova, raggiunge il valore delle perle più pregiate” (Naturalis Historia XIX, 4).

LA SETA – Le leggere e variopinte stoffe seriche divennero il più ambito status symbol dei ricchi romani di età imperiale. Roma e la Cina non vennero mai in contatto diretto anche se vi sono testimonianze di ambascerie e di conoscenza reciproca degli usi e costumi. Nel I sec. d.C. Roma veniva costantemente rifornita di beni di lusso, quali la seta e le spezie esotiche, che giungevano in Occidente attraverso la Via della Seta in uno scambio economico e culturale mediato dai Parti. Se l’allevamento del baco e la produzione della seta sono attestati in Cina già migliaia di anni prima di Cristo, anche nel Mediterraneo, già dal 1850 a.C. circa, come dimostrano scavi condotti a Pyrgos-Mavroraki nell’isola di Cipro ove si lavorava un filato prodotto dal lepidotteroTortrix viridens, erano diffuse stoffe trasparenti e variopinte di seta selvatica tessute, in particolare, nelle isole greche di Coo, l’attuale Kos, e Amorgo. Tessuti ricercati, un vero e proprio strumento di seduzione, che met­tevano in gran risalto il corpo femmi­nile mostrandolo quasi nudo, come ricorda Aristofane nella Lisistrata.

La Via della Seta fu il più importante collegamento tra Oriente e Occidente dal I sec. a.C. in poi. Roma, che sembra abbia conosciuto per la prima volta la seta cinese attraverso gli stendardi strappati ai Parti nella battaglia di Carre del 53 a.C., divenne il principale consumatore di questo ricercato tessuto favorendo e incrementando gli scambi commerciali tra Occidente e Oriente. Anche la celeberrima Tazza Farnese, capolavoro dell’arte glittica del II sec. a.C. custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, forse transitò attraverso la Via della Seta. Un disegno di Mohammad Al-Khayamm, artista attivo ai primi del XV secolo ad Herat e a Samarcanda, ha fatto pensare, infatti, a un passaggio in Oriente della Tazza nella collezione di qualche alto dignitario timuride.

FILI D’ORO – La Collezione comprende anche una decina di frammenti di tessuti e reticelle realizzati con fili d’oro, dalla lavorazione complessa e laboriosa. Spianate a martello fino allo spessore di mm 1, le lastrine in oro puro venivano inserite tra budelli di bovino opportunamente lavorati e ammorbiditi. Questa sorta di libretto era a sua volta avvolto interamente in una pergamena e, quindi, ulteriormente battuto per assottigliare maggiormente le lastrine in oro che in esso erano collocate.  Con tale procedimento si ricavavano foglietti dai quali si ritagliavano fili sottilissimi che venivano poi avvolti su rocchetti per agevolarne l’uso. Tra i frammenti in fili d’oro della Collezione dei Tessili si segnalano una fascia ripiegata più volte su se stessa, perfettamente conservata, sottilissime reticelle e numerosi nastri. Il lemnisco, il nastro in origine di lino poi di stoffe preziose e, infine, tessuto d’oro e d’argento, non era utilizzato solo per l’ornamento personale o per l’abbigliamento ma serviva anche a ornare le corone militari e trionfali in segno di particolare onore.

La natura di tutti questi materiali ha comportato che essi si siano difficilmente conservati fino ai giorni nostri. In gran parte i tessuti antichi sono stati mangiati da insetti, sono marciti in ambienti umidi o semplicemente si sono deteriorati nelle ordinarie condizioni di utilizzo. Ciò rende ancora una volta unico al mondo il patrimonio preservato a Pompei e oggi conservato per gran parte nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Convegno a cura di: MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Data evento: Mercoledì 16 maggio 2018, dalle 10.30 alle 13.00

Luogo: Villa Vittoria, Sala Edwards

La Collezione dei Tessili del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN)

Relatori: Paolo Giulierini, Luigia Melillo

Programma:

Paolo Giulierini, Direttore MANN – “Il MANN: identità, conservazione, ricerca

Luigia Melillo, Funzionario Archeologo, Responsabile dell’Ufficio Restauro e dell’Ufficio Relazioni Internazionali del MANN- “La collezione dei tessili del MANN dall’area vesuviana”

 

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