Sculture

Antinoo
Antinoo
Antinoo

Antinoo

La statua marmorea proviene dalla collezione Chigi e, al ritorno di Ferdinando Borbone a Napoli nel 1817, venne esposta definitivamente nel Museo. La statua raffigura Antinoo, idealizzato ed eroicizzato dopo la sua morte. Il giovinetto è stante sulla gamba destra, mentre la sinistra è lievemente retroflessa; il braccio destro è in riposo, lungo il corpo, il sinistro piegato in avanti. Il tipo iconografico riprende modelli greci del tardo V sec. a.C..
Antinoo era il favorito dell’imperatore Adriano, il quale, dopo la morte del ragazzo avvenuta nel 130 d.C. in Egitto, diede inizio al suo culto e commissionò numerose statue, nelle quali il giovinetto è raffigurato con le sembianze di Apollo, Dioniso, o con altri tipi iconografici ove è apposto il suo volto. Il culto di Antinoo non sopravvisse al regno di Adriano e a questo periodo va datato l’esemplare in esame.

Apollo citaredo
Apollo citaredo
Apollo citaredo

Apollo citaredo

La statua di dimensioni colossali raffigura Apollo seduto su uno sperone roccioso. Tutte le parti nude, cioè la testa e le mani, come pure la lira, erano originariamente in bronzo e furono sostituite con quelle oggi visibili, in marmo bianco, da C. Albacini. Incisioni e testimonianze dell’epoca dicono che la statua rappresentava un soggetto femminile, cioè la personificazione di Roma, prima che lo stesso restauratore intervenisse ad alterarne le fattezze.

L’impiego del porfido, per il pregio intrinseco del materiale e per l’uso esclusivamente imperiale delle cave, suggerisce che la statua dovesse essere destinata ad un tempio o ad un edificio privato dell’imperatore.

La statua, appartenuta alla famiglia Sassi e quindi passata nel 1546 ai Farnese, e quindi ai Borbone, per via ereditaria, tramite Carlo III, giunse a Napoli nel 1799 quando la maggior parte della collezione Farnese era già stata qui trasferita.

Piccolo donario (statua di Galata morente, statua di Gigante morto, statua di Persiano morto, Amazzone caduta)
Piccolo donario
Piccolo donario (statua di Galata morente, statua di Gigante morto, statua di Persiano morto, Amazzone caduta)

Piccolo donario

Le statue erano collocate nelle terme di Agrippa a Roma per celebrare le vittorie che Agrippa stesso nel 37 a.C. aveva riportato sui Galati. Le statue, rinvenute nel 1514, appartennero alla famiglia Medici Orsini ed a Margherita d’Austria; furono quindi acquisite dalla famiglia Farnese.

Il tema di fondo riguarda quattro battaglie, due mitiche (Gigantomachia e Amazzonomachia) e due storiche (battaglia di Maratona tra Persiani e Ateniesi e quella degli Attalidi contro i Galati).

La prima statua distesa raffigura un’Amazzone colpita a morte: il corpo è coperto di un chitone corto, a fitte pieghe, che lascia intravedere le membra voluttuose e il seno destro scoperto.

Il secondo altorilievo rappresenta un Gigante caduto in battaglia con il corpo nudo, ben definito nella struttura anatomica, disteso supino su una base ovale irregolare. Il terzo altorilievo raffigura un guerriero caduto in battaglia, con il corpo adagiato su una base ovale irregolare. La foggia orientale degli abiti, con leggeri pantaloni e berretto frigio, lo contraddistinguono probabilmente come un Galata.

La quarta statua ritrae un giovane e atletico Galata nel momento in cui si accascia al suolo, in seguito ad una ferita letale.

Venere “callipigia”
Venere “callipigia”

Venere “callipigia”

Venere “callipigia”

La statua raffigura la dea che maliziosamente si volge per ammirare la perfetta linea della parte posteriore del proprio corpo. Il nome greco “kallipygos” significa letteralmente “dal bel sedere” e rimanda all’erronea identificazione del tipo con una statua che sappiamo creata nel II sec. a.C. ed esposta a Siracusa. In realtà l’iconografia è già nota dalla metà del IV sec. a. C., mentre l’originale di questa statua deve farsi risalire a circa due secoli dopo. Successivamente al ritrovamento, essa fu restaurata da C. Albacini, cui si devono la testa, le spalle, il braccio sinistro con il lembo di veste, la mano destra ed il polpaccio destro.

La statua fu rinvenuta nella Domus Aurea. Pervenuta in possesso della famiglia Farnese, che la collocarono nella Villa della Farnesina, passò quindi per via ereditaria a Carlo III di Borbone. Insieme alle altre collezioni farnesiane, essa fu trasporta alla corte di Napoli ed infine esposta nel Museo.

Armodio e Aristogitone
Armodio e Aristogitone
Armodio e Aristogitone

Armodio e Aristogitone

Il gruppo è composto da due statue create come entità fisicamente autonome, in posizione speculare, tant’è vero che hanno basi differenti, ma sono unite dal legame concettuale dell’ideale di libertà al quale sacrificarono la vita.

Aristogitone è raffigurato come un uomo maturo, vigoroso nonostante l’età, con la testa ruotata a sinistra ed il busto quasi di prospetto, la gamba destra piegata e puntata fermamente al suolo, la sinistra aperta a compasso ed arretrata. Armodio, il più giovane dei due Ateniesi, è colto nel momento in cui sta per vibrare il fendente, con il braccio destro teso in avanti e la gamba destra saldamente avanzata a reggere lo slancio. La capigliatura è composta da piccoli ricci a chiocciola, il volto imberbe è associato ad un corpo vigoroso nel fiorire dell’età adulta, con i tratti anatomici ben marcati. Sono di restauro le braccia e le gambe.

Le statue furono rinvenuta nella Villa Adriana a Tivoli e trasportate alla corte dei Borbone a Napoli nel 1790 per essere esposte nel Museo.

Artemide efesia
Artemide efesia

Artemide efesia

Artemide efesia

La statua in alabastro costituisce una delle copie della statua di culto di Artemide venerata nel santuario di Efeso. La dea è rigidamente diritta, quasi da sembrare uno xoanon (antichi simulacri di divinità in legno), e protende le braccia; sul capo reca un polos a forma di torre con porte ad arco, dietro il quale emerge un disco, decorato con quattro protomi di leoni alati per parte. Sul petto la dea indossa un pettorale su cui sono, a bassorilievo, i segni zodiacali del Leone, del Cancro, dei Gemelli, della Bilancia e del Sagittario, ed una collana da cui scendono delle ghiande; il busto regge quattro file di mammelle, come simbolo di fecondità, o, secondo altri, gli scroti dei tori a lei ritualmente sacrificati.

Il volto, le mani ed i piedi sono in bronzo, frutto di un restauro del Valadier, a cui si devono anche, insieme all’Albacini, il copricapo, parte del nimbo e la parte inferiore del corpo; i restauri furono eseguiti in occasione del trasferimento da Roma a Napoli.

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