Sezione egizia

Statua magica
Statua magica
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Statua magica

Il reperto apparteneva alla Collezione del Cardinale Stefano Borgia conservata nel Museo Borgiano a Velletri venduta al Museo di Napoli dal nipote Camillo all’inizio del XIX secolo.

La statua è realizzata in basalto lavorato con tecniche di scalpellatura e levigatura.

Della statua si conserva solo il torso acefalo e privo delle braccia, rappresenta un uomo stante, che indossa un gonnellino con cintura in vita. Tutta la figura è ricoperta di testi geroglifici e vignette incise, contenenti varie divinità antropomorfe e zoomorfe.

Dama di Napoli
Dama di Napoli
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Dama di Napoli

La statua in diorite grigia, lavorata a scalpellatura e levigatura, è il reperto più antico presente nella Collezione egizia del Museo e risale alla III dinastia (2700 – 2640 a.C.). Rinvenuta a Saqqara, apparteneva alla Collezione del Cardinale Stefano Borgia e fu venduta al Museo dal nipote Camillo nel 1814.

Nonostante il nome, la statua non raffigura un personaggio femminile, ma un funzionario che indossa una parrucca, con capelli ad onde orizzontali e linee verticali, lunga fino alle spalle. Il corpo, con una gonna che giunge fin quasi ai piedi lasciando scoperto il busto, presenta un corto collo, tozze spalle, petto sporgente, spesse caviglie. La statua che, per atteggiamento e posizione del volto, rientra chiaramente in una tipologia di tipo arcaico, probabilmente era posta nel serdab (nicchia con la statua ka del defunto) di una mastaba (tipo di edificio funerario basso e rettangolare) dell’Antico Regno, rappresentando così un primo esempio di statue realizzate per tale fine e destinazione.

Charta Borgiana
Charta Borgiana
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Charta Borgiana

Il papiro dal Fayyum apparteneva alla Collezione del Cardinale Stefano Borgia venduta al Museo di Napoli dal nipote Camillo all’inizio del XIX secolo. Il testo data il papiro alla fine del II sec. d.C. (192 – 193 d.C.).

Pervenutoci in 23 frammenti, questo papiro contiene una iscrizione in greco corsivo, disposta, sul frammento più grande, su 15 colonne di 33 righe ciascuna, relativa ad un gruppo di operai che nel 192 – 193 d.C. lavorò alla realizzazione di canali idrici a Tebtynis, un centro del Fayyum: il testo riporta i loro nomi e la loro provenienza, che è, per la maggior parte, da Ptolemais Hormu, oggi Illahun. Il reperto fu studiato e pubblicato nel 1788 ad opera di Niels Schow, un accademico danese, cui deve il nome; esso ha un grande valore documentario, in quanto testimonia la struttura sociale dell’Egitto romano, ma anche un pregio indiretto, per aver contribuito alla nascita degli studi papirologici in Italia, essendo il primo papiro greco qui pubblicato.

Naoforo farnese
Naoforo farnese

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Naoforo farnese

La scultura, in basalto lavorato a scalpellatura e levigatura, è il primo reperto egizio giunto nel Museo di Napoli, dove risulta attestato già negli inventari del 1803. L’iscrizione, incisa su due colonne con caratteri geroglifici nella parte posteriore della statua, contiene la cd. “formula di Sais” con il nome e i titoli del funzionario rappresentato, il che consente, unitamente al tipo iconografico, di collocare cronologicamente la statua nella XXVI dinastia (664 – 525 a.C.).

La scultura raffigura un personaggio maschile inginocchiato su una base parallelepipeda con le braccia piegate e protese in avanti a reggere un naos (tempietto) poggiato sulle ginocchia, in cui è raffigurato Osiride (dio egizio della morte e dell’oltretomba), stante, con corona sul capo, flagello nella mano destra, scettro nella sinistra. La statua indossa una parrucca che, ricadendo sulle spalle, lascia scoperte le orecchie, una corta veste pieghettata ed un amuleto al collo raffigurante la dea Hathor.

Mummia Stevens
Mummia Stevens

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Mummia Stevens

Il sarcofago, in legno lavorato a intaglio e levigatura, attribuibile ad età tolemaica (1087 – 332 a.C.), fu rinvenuto ad Akhmin e proviene da una donazione di E. Stevens del 1885.

Sarcofago antropoide, è caratterizzato da una parrucca nera con lunghe piume che incornicia un volto dorato, probabilmente femminile; sul petto scende una collana usekh, costituita da dodici file di teste di falco rosse, verdi e beige alternativamente; tra la collana e il mento vi è un disco solare alato, mentre una Iside (dea egizia della maternità), con una piuma in ciascuna mano e occhi udjat ai lati, si trova alla base del pettorale. La restante superficie, lungo le gambe, è ripartita in cinque registri orizzontali, dei quali gli ultimi quattro dal basso sono attraversati longitudinalmente da una iscrizione geroglifica leggibile solo nella parte iniziale. In posizione centrale, nel primo settore, si vede Nephtys, cioè la mummia distesa sul letto di imbalsamazione, con accanto Anubis (dio protettore dei morti) e Iside.

 

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