Sculture della Campania romana

Zeus

Zeus
Zeus

Zeus

La scultura fu rinvenuta nel Foro di Cuma (Pozzuoli, NA) nel 1758 e risale al secondo quarto del II sec. d.C. (125-150 d.C.).

Il busto raffigura Giove seduto, nudo, con un lembo dell’himation (mantello), che dalla spalla sinistra scendeva dietro la schiena per avvolgere le gambe. Il volto presenta una capigliatura divisa a lunghi boccoli e la barba fluente a riccioli. Il braccio sinistro doveva essere verosimilmente eretto a tenere lo scettro, il destro invece abbassato e proteso. La statua era collocata, su un alto basamento in muratura, sul fondo della cella centrale del Capitolium nel Foro di Cuma insieme a quelle, altrettanto gigantesche, di Giunone e Minerva, così da costituire la triade capitolina, venerata in età romana.

Già in origine aveva solo il busto e la testa in marmo (acrolito), mentre le parti restanti dovevano essere probabilmente in legno o altro materiale, rivestite di stoffa e colori, ad imitazione delle grandi statue crisoelefantine (in avorio e oro) greche, quali l‘Athena del Partenone o lo Zeus di Olimpia.

Diomede

Diomede

Diomede

Diomede

La scultura, benché rinvenuta tra i detriti che riempivano la Crypta romana a Cuma (Pozzuoli, NA), doveva essere posta nel tempio di Apollo sull’acropoli, precipitata in basso in seguito al crollo della volta della galleria.

La statua, risalente all’età di Claudio (41 – 54 d.C.), raffigura Diomede, nudo nell’atto di arrestarsi volgendo lo sguardo indietro; accanto alla gamba destra, è collocato un sostegno a forma di tronco. Doveva probabilmente reggere nella mano destra la spada, nella sinistra il Palladio, simbolo dell’inviolabilità di Troia, appena trafugato insieme con Ulisse.

L’iscrizione in greco sotto la base non si riferisce all’autore dell’opera, ma a Gaius Claudius Pollionus Frugianus, dedicatario della statua che donò la scultura al santuario cumano di Apollo. Si tratta di una copia romana di un originale bronzeo del 430 a.C., opera dello scultore greco Kresilas. La tradizione che volle l’arrivo in Italia del Palladio portò molte città della penisola a vantare le proprie origini troiane.

Afrodite

Afrodite
Afrodite

Afrodite

La scultura, risalente all’età di Adriano (117 – 138 d.C.), fu rinvenuta insieme ad altre statue in marmo che decoravano la summa cavea dell’Anfiteatro Campano di Capua.

Afrodite è rappresentata seminuda, con un himation (mantello) che le copre la parte inferiore del corpo sostenuto dal ginocchio della gamba sinistra leggermente flessa, con il piede sinistro poggiato sull’elmo di Ares. Le braccia sono sollevate a reggere, probabilmente, lo scudo di Ares, usato come uno specchio. Restaurata nel 1820 da Augusto Brunelli, deriva da un originale bronzeo della fine del IV sec. a.C., ripreso in età adrianea, a giudicare dalla resa morbida del volto e dal contrasto tra la levigatezza delle parti nude ed il chiaroscuro del panneggio. In età romana questo tipo venne in altri casi modificato a figura di Nike (Vittoria) in atto di scrivere sullo scudo le lodi del vincitore, con l’aggiunta delle ali e di uno stilo nella mano destra.

Dorifono

Dorifono

Dorifono

Doriforo

La scultura fu rinvenuta nella Palestra cd. Sannitica in via delle Scuole ed è databile per contesto ad età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) o tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C.. Serviva a ricordare ai giovani aristocratici la loro appartenenza al mondo classico ed agli ideali della cultura greca.

Considerata la più completa copia del Doriforo in bronzo di Policleto, rappresenta un giovane portatore di lancia nudo. Il braccio destro è dritto lungo il fianco, il sinistro flesso a reggere una lancia andata perduta, mentre la testa, con i capelli resi a ciocche ondulate, è appena volta verso destra. In questa celebre copia pompeiana, è possibile notare l’utilizzo dello schema chiastico (che riproduce cioè la figura della lettera greca X, chi), creato da Policleto, e consistente sull’opposizione reciproca delle singole parti del corpo: al braccio sinistro piegato corrisponde la gamba destra tesa, al braccio destro teso, la gamba sinistra flessa.

Afrodite Sosandra

Afrodite Sosandra
Afrodite Sosandra

Afrodite Sosandra

La scultura fu rinvenuta nel mese di settembre del 1953 nel teatro – ninfeo delle Terme di Baia (Bacoli, NA), appunto dette di Sosandra e risale al I – II sec. d.C.

La dea si presenta completamente avvolta in un pesante himation (mantello), che tuttavia ne lascia indovinare la postura, mentre lunghe pieghe segnano il protendersi del braccio sinistro; anche il capo è coperto da un velo ad incorniciare l’equilibrata bellezza del volto, che emerge nitido e levigato tra le due bande simmetriche della capigliatura sulla fronte. La scultura, ascrivibile alla produzione di una officina locale al servizio del Palatium di Baia, è in fase di lavorazione avanzata ma non ultimata: ad eccezione del volto e dei capelli, infatti, tutta la superficie risulta non polita.

Palestrita

Palestrita

Palestrita

Palestrita

La scultura fu rinvenuta nel 1899 a Sorrento (NA), nell’area di una palestra romana. Risalente alla metà del I sec. d.C. (40 – 60 d.C), raffigura un giovane atleta nudo, con la capigliatura a riccioli fermati da una corona d’ulivo, simbolo delle sue vittorie. L’avambraccio destro è ricoperto dal caestus (sorta di guantone per pugilatori), quello sinistro è spezzato all’altezza del gomito. Accanto alla gamba destra, è collocata, come sostegno, un’erma ammantata di Eracle barbato.

L’iscrizione in greco posta sulla fronte della base si riferisce all’autore dell’opera, Koblanos della scuola di Afrodisia: si tratta, dunque, di una copia liberamente tratta da un tipo statuario creato nella cerchia di Policleto noto da altre repliche di età imperiale, che l’autore ha, in parte, modificato con caratteristiche tipiche della cultura figurativa classicheggiante romana della prima metà del I sec. d.C.

Stele Borgia

Cd. Stele Borgia

Stele Borgia

Cd. Stele Borgia

Il rilievo proviene dalle collezioni un tempo conservate nel Museo Borgiano a Velletri.

Sulla stele, di età tardo-arcaica, prima metà del V sec. a.C. (480-470 a.C), è raffigurato un uomo adulto, barbato, connotato come un viandante, vestito di una clamide (corto mantello da viaggio), con le gambe incrociate, appoggiato con l’ascella sinistra ad un bastone. La benda che gli cinge la fronte e l’aryballos (piccolo vaso per contenere unguenti), per gli oli da palestra, che pende dalla mano sinistra, lo individuano come un atleta. Si tratta di un’iconografia diffusa nella scultura funeraria greca attica e ionica, in cui si fondono i due aspetti principali della vita aristocratica: la palestra (ricordata dalla presenza della fascia sul capo dell’atleta e dell’aryballos) e la caccia (evocata dalla figura del cane). La veduta di prospetto (busto e gamba destra) unita a quella di profilo (testa e gamba sinistra), caratteristica delle opere tardo arcaiche, denota una produzione tipicamente provinciale, ionico insulare.

Orfeo ed Euridice-culture-greco-romane

Orfeo ed Euridice

Orfeo ed Euridice-culture-greco-romane

Orfeo ed Euridice

Il rilievo in marmo di età augustea (27 a.C. – 14 d.C.), ritrovato presso una villa marittima in contrada Sora, a Torre del Greco (NA), mostra l’ultimo commiato fra Orfeo ed Euridice.

Sulla sinistra vi è Hermes che con la mano sinistra accompagna tenendola per il braccio Euridice, raffigurata con peplos (tunica) dall’ampio kolpos (scollatura) e himation (mantello) a coprire parzialmente il capo, nell’atto di retrocedere voltandosi indietro. La mano sinistra è sulla spalla di Orfeo, raffigurato all’estrema destra nel momento in cui si volta indietro, verso Euridice. Orfeo veste un chitone con clamide, fermato sulla spalla destra; sul capo ha un berretto, nella mano sinistra stringe la lira; con la mano destra sfiora il braccio di Euridice, fissando laconicamente lo sguardo verso la sua amata.

Il rilievo reca iscritti in greco i nomi dei personaggi mitici raffigurati; è copia romana di un originale greco della fine del V sec. a.C., prodotto nell’ambito della scuola di Fidia, forse da Alkamenes.

Province d’Asia - bassorilievo

Province d’Asia
Province d’Asia - bassorilievo

Province d’Asia

La base marmorea, rinvenuta a Pozzuoli (NA) nel 1793 e risalente al secondo quarto del I sec. d.C. (30-37 d.C.), fu eretta per volere del Collegium degli Augustales, al fine di celebrare la magnanimità di Tiberio, e sosteneva una statua dell’imperatore.

Su uno dei lati lunghi reca l’iscrizione dedicatoria, a cui si affiancano le personificazioni di 14 città asiatiche che più volte, fra il 17 ed il 29 d.C., furono colpite da devastanti terremoti e che sempre avevano ricevuto l’aiuto dell’imperatore, tanto che verso il 30 d.C. gli eressero un monumento a Roma, del quale questo puteolano è la copia di dimensioni ridotte.

Importanti le figure che simboleggiano le città (sul lato destro: Philadelphia, Tuolos e Kyme con tridente; sul lato sinistro, Mostene, Aegre e Hierokaisareia; sul lato posteriore: Temnos, Kibyra, Myrina, Ephesos, Apollonidea e Hyrcania), in quanto riproducono celebri sculture dell’antichità, delle quali contribuiscono a ricostruire l’iconografia.

Creazione dell’uomo da parte di Prometeo.

Creazione dell’uomo da parte di Prometeo

Creazione dell’uomo da parte di Prometeo.

Creazione dell’uomo da parte di Prometeo

Il sarcofago, ritrovato nel 1817 in un mausoleo ai margini dell’antica Puteoli (Pozzuoli, NA), rappresenta il mito di Prometeo, il creatore dell’uomo ed è databile intorno al IV sec. d.C.

Prometeo, seduto, è intento ad osservare la sua creatura; l’uomo, ancora un fantoccio inerte di creta, rigidamente disteso ai suoi piedi, è circondato dalle maggiori divinità del pantheon greco. In posizione preminente sono Hera e Zeus nell’atto di dare ad Hermes il denaro con cui riscattare da Ade la vita dell’uomo. Accanto ad Hermes, vi è Poseidon con il tridente; ai due angoli, in alto, il carro di Selene ed il carro di Apollo fra Zeus e l’uomo; infine, degli Eroti spingono Psiche, l’anima, a dare la vita al primo essere umano.

Il sarcofago è attribuito ad una officina romana; la sua presenza a Puteoli in età tarda testimonia la vita culturale ancora vivace nella città flegrea.

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