Collezione epigrafica

Lamina orfica

Lamina orfica
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Lamina orfica

La laminetta in oro, databile al IV sec. a.C., appartiene ad un gruppo di tre rinvenute nella necropoli di Thurii, colonia ateniese fondata da Pericle nel 444-443 a.C. presso Sibari nell’attuale Basilicata.

L’iscrizione in greco contiene le formule necessarie al defunto per raggiungere la beatitudine eterna, evitando il necessario ciclo delle reincarnazioni.

L’uso dell’oro si spiega con la straordinaria capacità attribuita a questo metallo di contrastare il male, oltre che con le sue virtù di purezza e nobiltà. Generalmente le laminette erano deposte, aperte, accanto alla mano destra del defunto, oppure, arrotolate, sulla lingua.

Delle cinque rinvenute a Thurii solo una, dalla tomba grande, contiene le indicazioni per raggiungere l’oltretomba; questa invece, come le rimanenti, presenta l’anima già davanti a Persefone, regina dell’Oltretomba, alla quale dovrà dimostrare di essere iniziata ai misteri orfici pronunciando la formula «sono puro tra i puri».

Tabula veliterna

Tabula veliterna

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Tabula veliterna

Rinvenuta a Velletri nel 1784, la lastra bronzea, lavorata a fusione ed incisione, era conservata nel Museo Borgiano e poi venduta al Museo di Napoli da Camillo Borgia all’inizio del XIX secolo.

L’iscrizione è un importante documento per lo studio della lingua dei Volsci: il testo, che usa l’alfabeto latino, corre su quattro righe e contiene un nucleo giuridico e una cornice amministrativa.

Questa ha una parte iniziale riconducibile alla dea Declona e una sezione finale relativa all’esecuzione dell’atto giuridico sacrale emanato da due meddices locali (magistrati presso i popoli sabellici da cui derivarono i consules latini) «Egnatius Cossutius figlio di Seppius (e) Marcus Tafanius, figlio di Gavius».

Anche il nucleo giuridico è suddiviso in due parti corrispondenti a due commi di una legge. Si può così ritenere che il testo appartenga alle “leggi sacre”. L’iscrizione farebbe infatti riferimento ad un bosco sacro alla dea Declona e alle norme che ne regolavano i modi di inviolabilità.

Lex Cornelia de XX quaestoribus

Lex Cornelia de XX quaestoribus
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Lex Cornelia de XX quaestoribus

La lastra bronzea, lavorata a fusione ed incisione, si data con precisione all’81 a.C.. Fu rinvenuta nel tempio di Saturno nel Foro Romano; appartenente alla Collezione della famiglia Farnese, è pervenuta per via ereditaria a Carlo III ed infine è giunta al Museo di Napoli.

L’epigrafe, che presenta una introduzione incisa a lettere capitali in una sola linea continua, fu rinvenuta insieme alla Lex Antonia de Termessibus, del 71 a.C., relativa ai privilegi concessi alla città di Termessos maior in Asia minore.

Divisa in due colonne con i capita legis, o capitoli, non numerati, risulta essere la tavola VIII, forse la penultima, l’unica conservata di almeno nove contenenti il testo della Lex Cornelia de XX quaestoribus.

La legge, proposta ai Comizi tributi dal dittatore Lucius Cornelius Sulla nel quadro delle riforme costituzionali, aumentava da dodici a venti il numero dei questori e dei loro apparitores, ossia collaboratori dei magistrati.

Diploma militare

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Diploma militare

Il diploma, in bronzo lavorato a fusione ed incisione, si data esattamente al 7 marzo A(d) D(ies) NON(as) MART(ias) del 70 d.C., anno del secondo consolato di Vespasiano: IMP(erator) VESPASIANVS CAESAR AVGVST(us) TRIBVNIC(ia) POTEST(ate) CO(n)S(ul) II.

Si tratta di un diploma imperiale in due tavolette rettangolari iscritte in latino a lettere capitali, una con quattro fori e frammentata, l’altra con cinque fori per l’affissione. Ai soldati congedati dopo venti o più anni veniva rilasciato un diploma, chiamato anche honesta missio, attestante l’onorevole servizio svolto. In esso veniva concessa anche la cittadinanza romana (CIVITATEM DEDIT) e il diritto a contrarre matrimonio (CONVBIVM CVM VXORIBVS).

In questo caso la maggior parte dei veterani congedati e menzionati pare fossero Dalmati della città di Salona (SALONITANI).

Tavole di Eraclea

Tavole di Eraclea
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Tavole di Eraclea

Le lastre furono rinvenute integre nel 1732 nel torrente Salandrella, nella località Acinapura presso Eraclea nell’attuale Basilicata. Le iscrizioni si datano tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C. (310 – 290 a.C.), ma la prima è anteriore alla seconda come si evince dal diverso nome degli efori.

La prima tavola riporta su 187 righe, in dialetto greco dorico con forti influenze attiche, un decreto della colonia di Eraclea, relativo ad alcuni terreni appartenenti al santuario di Dioniso.

Secondo il testo dell’iscrizione, tali proprietà versano in stato di abbandono e sono in parte sfuggite al controllo dei santuari, in quanto abusivamente occupate da alcuni privati; le autorità cittadine, pertanto, rappresentate dall’eforo e da una serie di cinque magistrati minori preposti ciascuno ad un ruolo specifico (gli horistai per la positura di cippi di confine, o i sitagertai per il rifornimento di grano), sono incaricate dall’assemblea dei cittadini di rimediare alla situazione. Le tavole restituiscono una significativa testimonianza dell’ordinamento giuridico e sociale della colonia, dal momento che recano i nomi delle istituzioni magistratuali, ricordano l’assemblea cittadina e riportano indicazioni sulle divisioni del corpo civico.

La seconda delle due tavole reca un testo relativo ad alcuni terreni appartenenti al santuario di Athena Polias, che appaiono in condizioni migliori di quelli del santuario di Dioniso. È tutta terra dissodata, con ampi vigneti, ma anche uliveti e campi di messi. Anche questi sei lotti vengono assegnati ad affittuari, con contratti di locazione della durata di cinque anni, e con l’obbligo di pagamento di un canone più alto che negli altri appezzamenti, poiché, essendo terre già coltivate, il valore della proprietà era maggiore.

Questa tavola riveste notevole importanza per la storia dell’agricoltura: dal testo del decreto si apprende che si praticava la rotazione quinquennale delle colture, per ottenere la migliore resa possibile dalla terra, e si desume che fra i cereali i più presenti erano il grano e, soprattutto, l’orzo, tanto importante nell’alimentazione dell’epoca da essere presente talvolta come tipo o simbolo monetale sulle emissioni di città magno greche e siceliote.

Durante la prima metà del I secolo a.C. questa tavola venne riutilizzata per la pubblicazione di un testo legislativo di età romana, noto come Lex Iulia Municipalis, in quanto erroneamente messo in relazione dai primi studiosi con Giulio Cesare.

Tavole di Eraclea

Tavole di Eraclea
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Tavole di Eraclea

La seconda delle due tavole reca un testo relativo ad alcuni terreni appartenenti al santuario di Athena Polias, che appaiono in condizioni migliori di quelli del santuario di Dioniso. È tutta terra dissodata, con ampi vigneti, ma anche uliveti e campi di messi. Anche questi sei lotti vengono assegnati ad affittuari, con contratti di locazione della durata di cinque anni, e con l’obbligo di pagamento di un canone più alto che negli altri appezzamenti, poiché, essendo terre già coltivate, il valore della proprietà era maggiore.

Questa tavola riveste notevole importanza per la storia dell’agricoltura: dal testo del decreto si apprende che si praticava la rotazione quinquennale delle colture, per ottenere la migliore resa possibile dalla terra, e si desume che fra i cereali i più presenti erano il grano e, soprattutto, l’orzo, tanto importante nell’alimentazione dell’epoca da essere presente talvolta come tipo o simbolo monetale sulle emissioni di città magno greche e siceliote.

Durante la prima metà del I secolo a.C. questa tavola venne riutilizzata per la pubblicazione di un testo legislativo di età romana, noto come Lex Iulia Municipalis, in quanto erroneamente messo in relazione dai primi studiosi con Giulio Cesare.

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