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Repubblica intervista il direttore P. Giulierini

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I volti di Napoli, Paolo Giulierini: “Farò del museo una piazza aperta”

Archeologo e manager dei beni culturali, da un anno dirige il Museo archeologico nazionale Vuole aprirsi al quartiere Sanità, sta preparando una guida in napoletano e lavora al biglietto integrato con Pompei

DA un anno e un giorno alla guida del Museo archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini ha pronto il suo omaggio alla città: una guida alle collezioni scritta in napoletano. Un tributo alla storia e alla cultura “di una capitale d’arte e civiltà dove, forse unica grande città, nonostante la globalizzazione vive e si riconosce ancora un popolo”. Per Giulierini un museo deve sapere guardare al territorio e al mondo allo stesso modo, avere un’attenzione al locale assieme a un’accesa proiezione internazionale.

Nato a Cortona nel 1969, laureatosi in archeologia a Firenze e da un anno pendolare dei beni culturali, con la famiglia in Toscana da raggiungere quasi in tutti i fine settimana, Paolo Giulierini guarda all’Archeologico di Napoli come a un treno che sta provando a percorrere il doppio binario locale-globale.

Giulierini, da dove nasce la sua passione per l’archeologia?
“Da piccolo, come a quasi tutti, mi piacevano gli antichi Egizi e i dinosauri. Poi all’università mi sono orientato verso l’archeologia, e vivendo in Toscana, verso gli Etruschi. A Firenze ho fatto studi classici e di filologia greca e latina e sono stato affascinato dalle culture di confine, tema attualissimo. Tra i miei maestri ci sono Giovannangelo Camporeale per l’etruscologia, Luigi Beschi per l’archeologia greca e il grande latinista Antonio La Penna”.

Perché ha deciso di partecipare alla selezione per i manager museali voluta dal ministro Franceschini?
“Nel 2001 mi sono occupato della istituzione del museo e del parco archeologico di Cortona, un’esperienza gestionale mista pubblico-privata. Nel 2005 ho aperto il museo e da direttore ho stretto relazioni con l’Hermitage, il Louvre e il British museum. Un grande risultato per un museo piccolo. Ho maturato un’esperienza gestionale e ho deciso di partecipare al bando per mettermi in gioco: a Cortona aveva esaurito la mia missione”.

La sua nomina è stata accompagnata da polemiche: che ci fa un etruscologo a Napoli?
“Il bando richiedeva competenze per gestire i musei, non era un concorso universitario. E si richiedevano capacità manageriali al di là del contenuto del museo. Non basta essere studioso di pittura pompeiana per dirigere Pompei… La riforma Franceschini ha segnato una svolta. I direttori dei grandi musei sono uomini di relazioni, legano il loro volto al museo che così si personalizza. A Napoli il Comune non è Palazzo San Giacomo ma de Magistris, e almeno in questa prima fase il Mann viene identificato con me, come Capodimonte è Bellenger. Prima i cittadini difficilmente conoscevano il nome del conservatore dei nostri musei”.

Questo però carica il direttore di grandi attese e responsabilità…
“Certo, per questo abbiamo fatto il Piano strategico, perché i cittadini possano, anzi, devono giudicare, siamo pagati dallo Stato. Poi ho voluto far emergere le professionalità interne, perché riconosco la non onnipotenza del direttore. Il museo va avanti con un metodo e con una squadra”.

Come dialoga con il territorio?
“Il Mann deve tornare a essere luogo di socializzazione, una pubblica piazza. Penso al quartiere Sanità, è importante che i giovani di quel rione trovino uno spazio sano all’interno del museo. A dicembre apriremo la caffetteria a piano terra. Il museo può aiutare nel recupero dell’identità e del senso di appartenenza. Possiamo essere da sostegno ad associazioni come “La Paranza” e favorire il generarsi di lavori e professioni. Stiamo pensando a una guida del museo in napoletano, aiuta il quartiere a non perdere l’uso del dialetto”.

Che altri progetti ha?
“Da gennaio a marzo del 2017 apriamo il Festival del Mann, nel corso del quale ospiteremo protagonisti del mondo dell’arte, della cultura, della società e dello spettacolo: ognuno di loro parlerà del suo rapporto con l’Archeologico. E ci sarà una finestra speciale su Totò, a 50 anni dalla morte, con la figlia Liliana. Totò è una maschera, starebbe bene qui nel museo tra quelle pompeiane… “.

Altre iniziative promozionali?
“Stiamo lavorando a una guida Lonely Planet del museo, nella quale presentiamo 30 opere esposte ognuna delle quali rinvia ad altre località del mondo. Un’operazione analoga a quella fatta dall’aeroporto di Capodichino”.

Massimo Osanna ha detto a Repubblica: “Pompei è Napoli, e avremo legami sempre più stretti con il Mann”.
“È proprio così. Aggiungo che la chiave del rilancio del Mann è il legame non solo concettuale e culturale ma anche fisico con Pompei. L’auspicio è avere un biglietto integrato supportato da servizi di trasporto dedicati da Napoli agli scavi, ci stiamo già lavorando. Sarà l’unica, vera visita coerente di due siti, perché Mann e Pompei da sole sono esperienze monche. E nel 2018 faremo una mostra all’Hermitage”.

È a Napoli dal primo ottobre 2015, cosa l’ha colpita?
“Napoli è una città legata a una sirena, ti ammalia e ti lusinga. Ed è

creativa, accogliente, proiettata sul porto e abituata a grandi scambi e convivenze. Qui, mi sento a casa. Poi c’è il volto bizantino, quel non essere chiari fino in fondo sugli obiettivi da perseguire, quella forma di disarticolazione tra i soggetti. Faccio un esempio: l’Archeologico ogni anno è presente in almeno 50 mostre in giro per il mondo. Ecco, occorre che Comune e Regione aggancino queste opportunità per promuovere il territorio ottimizzando i costi”.

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/10/02/news/i_volti_di_napoli_paolo_giulierini-148970330/

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